Nazionale Italiana: ecco i motivi su cui riflettere dopo la sconfitta contro il Belgio

Gui braccato da Sababti (Foto: Credits FIGC)

Il primo stop della Nazionale Italiana firmata Massimiliano Bellarte ha messo in mostra alcune problematiche tattiche

Jhon Powell affermava che l’unico vero errore è quello dal quale non impariamo nulla. Il semaforo rosso del Country Hall di Liegi, il primo della Nazionale targata Bellarte, ci fa tornare con i piedi per terra, dopo quattro vittorie consecutive e la qualificazione anticipata ad Euro2022. Una sconfitta che non deve lasciare strascichi, ma solo la consapevolezza che il cammino è appena cominciato e che siamo ancora ai piedi della montagna.

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Più motivato, più cinico e più coraggioso il Belgio di Karim Bachar. E non sia un alibi il fondo gommato di Liegi. Questi non devono appartenere ad una squadra con una mentalità vincente. Nel cielo grigio di Liegi si sono visti degli sprazzi di azzurro ma soprattutto dei nuvoloni minacciosi. Vedi in primis le prime tre reti subite su uscite pressing errate. L’Italia ha difficoltà in fase di costruzione e quando riesce a verticalizzare, poi non supporta a dovere. L’assenza di Nicolodi e un Motta che è solo la brutta copia di quello visto fino adesso, pesano troppo sull’economia del gioco azzurro. L’assenza dell’oriundo della Sandro Abate pesa come un macigno, fondamentale in una squadra con due pivot destri e che spesso deve cercare l’isolamento in zona opposta. Forse il 2-1 di Musumeci, arrivato quando eravamo senza pivot in campo, doveva far riflettere sul fatto che forse sarebbe stato meglio puntare su un gioco più perimetrale che verticale contro una squadra con evidenti problemi nelle coperture difensive.

E’ mancato anche quel pizzico di estro insomma, e allora Bellarte ci ha riprovato con Musumeci portiere di movimento, ma i padroni di casa questa volta ci hanno punito firmando il break decisivo. Epilogo di un match da archiviare immediatamente. Anzi, no. Una sconfitta sul quale riflettere e che sicuramente ci farà maturare, perché l’unico vero errore è quello dal quale non impariamo nulla.