Rodrigo Rosa, l’uomo del momento: «L’Italia mi ha dato tutto»

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Rodrigo Rosa mostra fiero il premio Golden Coach ricevuto nei giorni scorsi

Giocatore, allenatore ed educatore: Rodrigo Rosa sta vivendo un momento magico con il suo Aosta, al culmine di un fantastico 2018 che l’ha visto conquistare in giugno lo Scudetto con i Giovanissimi

Una consapevolezza diversa. Un futuro tra stimoli e qualche timore. Perché quando il futsal è tutta la tua vita, essere consci di dover prima o poi lasciare il parquet ai compagni e dedicarti solo ed esclusivamente alla panchina può spaventare. Ma Rodrigo Rosa è così: ci ride sopra, fiero del suo percorso. Fino a quando il fisico risponderà lui non tirerà il piede indietro. A 39 anni non è ancora arrivato il momento di diventare soltanto allenatore. Non se nell’ultima partita nel Girone A di Serie B col tuo Aosta hai fatto tripletta e battuto forse la squadra maggiormente accreditata per la promozione in Serie A2. Non se questo sport è diventato ormai una seconda pelle, così come l’Italia. Paese adottivo che Rodrigo definisce come la sua casa, senza se e senza ma…

Rodrigo, partiamo da un premio per raccontare la tua storia. Il Golden Coach 2018: sei tra i migliori allenatori dell’anno…
Una grande soddisfazione. Il 2018 è stato un anno fondamentale. Ho trovato nuove certezze, convinzioni. Sono un allenatore giovane ancora alla ricerca della propria identità. Grazie all’Aosta sono migliorato tanto in queste stagioni. La strada è tracciata.

Qual è il ricordo più bello che ti porti dietro? Lo Scudetto con i Giovanissimi?
Ci sono tanti momenti, istantanee. Io mi porto dietro la quiete della sera. Quando torno a casa stanco ma felice per aver dato tutto ai miei ragazzi. Il cercare di crescere personalmente e il trasmettere il mio amore dentro e fuori dal campo a chi vive quotidianamente con me.

Alleni anche ragazzini molto giovani. Spesso il lato personale è più importante di quello sportivo. Ti senti un punto di riferimento?
Quando hai a che fare con i settori giovanili, l’esempio fuori dal campo diventa la priorità assoluta. Noi dobbiamo insegnare. Ma non solo gli schemi e i movimenti: dobbiamo aiutare questi ragazzi a diventare degli adulti. Loro ci guardano: sono spugne e apprendono tutto. Cosa diciamo, cosa facciamo. Il nostro è un ruolo fondamentale.

Come ti vedi nel lungo periodo? Ti senti ormai più allenatore che giocatore?
Voglio essere onesto. Capirò realmente cosa essere più avanti quando smetterò di giocare e allenerò soltanto. Io ora penso solo a far bene per l’Aosta, che ringrazierò sempre per il doppio ruolo che mi permette di avere. Il resto, chissà…

Ti fa paura il pensiero di smettere? A 39 anni hai dimostrato di poter ancora giocare ad alti livelli…
Non sarà facile, non voglio negarlo. Perché io gioco da una vita, quindi sarà una scelta sicuramente combattuta. Però ora sto bene, di fisico e di testa. Magari ho qualche dolorino, ma credo di poterci ancora stare in campo…

Ne hai fatti tre al Saints Pagnano. Sei già a quota 7 quando lo scorso anno hai chiuso con nove gol. Una seconda giovinezza?
Sai, la scorsa stagione ho giocato non moltissimo (ride, ndr). Davvero, quest’anno le cose stanno funzionando. La scorsa stagione ho lasciato spazio a un gruppo giovane che doveva crescere. Quest’anno stiamo andando benissimo. Ma io non sono mai felice. Sono sempre molto critico con me stesso.

E’ un pregio o un difetto per allenare, questo?
A me piace far le cose bene. Credo sia un pregio, che ho sempre avuto sin da quando stavo a San Paolo, da piccolo. Sincerità, lealtà verso me stesso e verso gli altri: questa è la mia educazione. A Pescara mi ha allenato Corrado Roma: mi ha insegnato tanto, sul futsal e sulla vita. Su come affrontare i problemi, sul dare sempre il massimo. Se ti alleni bene, rispetti i compagni e gli avversari, le soddisfazioni arrivano: assicurato.

Dici questo ai tuoi ragazzi dell’Aosta, dopo le cinque vittorie consecutive e il terzo posto momentaneo nel Girone A di Serie B?
Abbiamo probabilmente battuto la squadra più forte del campionato (il Saints Pagnano, ndr). Però anche all’inizio, quando le cose non andavano bene, non eravamo da buttare.

In che senso?
Siamo stati molto sfortunati. Abbiamo perso 8-0 contro il Cornaredo: risultato bugiardissimo.

Dì la verità, state pensando di poter vincere il campionato?
(Gli scappa un sorriso, ndr). No, non possiamo vincere il campionato. Noi quest’anno dobbiamo continuare un processo di crescita. Però ora abbiamo capito che possiamo giocarcela con tutti. Possiamo battere i primi, ma se giochiamo male possiamo perdere con gli ultimi. Siamo giovani, in campo balliamo ancora, ma possiamo fare tutto.

Obiettivo: salire nei prossimi anni?
Probabile. Ma non carichiamo troppo di aspettative questi ragazzi. Però quando vedo dei ragazzi del 2000 o del 2001 giocare come fanno alcuni dei miei. Che spettacolo…

Hai detto 2001: ti ricorda qualcosa?
Beh, ero arrivato in Italia da tre anni. Il primo scudetto Under 21 e anche la Coppa Italia. Che ricordi.

Ormai l’Italia è casa tua. Cosa ti ha dato in tutti questi anni?
Mi ha dato tutto. Un modo diverso di pensare, le cose materiali e non che mi sono creato. Ormai sono metà italiano e metà brasiliano. L’Italia mi ha salvato, dico davvero.

Domanda cattivella. Finale Mondiale, Italia-Brasile: Rodrigo Rosa chi tifa?
Pareggio, poi ai rigori spengo la tele e non ne voglio sapere nulla…

Hai una dedica speciale?
I miei genitori, mia moglie e il mio bimbo. Loro sono tutto.